Almeno ogni tanto riprenderei lo stesso discorso,
non tanto per allucinarmi di nuovo o al medesimo fine,
ma per proferire nuovamente di ogni nuovo rimorso,
che apprende integerrimo ogni suo notificato e sublime,
magnetica e nobile rincorsa al proprio identificato e atteso corso,
della vita di cui noi teniamo unicamente, riluttando l’inevitabile fine.

Chi è che cresce dietro questo ineluttabile schema,
che affronta la dinamica di ogni inarrivabile teoria,
affronta nel suo spicchio d’anima la solita, lieve e e candida malìa,
che sorge dall’intelletto come se attonito compiesse anatema,
per cui domani non vi sarà ne affronto ne agonia,
che ammetta del suo lieve spirito la sorte blasfema.
Eppur si muove, come diceva costui, anima fragile del suo destino,
affronta facile la sorte che il vino porta verso il Canton divino.

Questa poesia riflette l’argine che a volte sottende il limite,
di quella pagina che scrivi senza inchiostro e punteggiatura,
così sottende le forme che del tuo limite costringi livide,
e apprezzi la forma che nella sua coda scorgi così nitide.
Ero partito in rima e non riesco più a fermarmi, di ciò che limiti e non sai che farne,
apprezzi il limite per cui possa vantarmi, rifletti simile ciò che abita la carne.
Ciò che ammiri si mostra semplice, di fama utile e apprezzamento debole,
perché tu veda ciò che in seme simile tu possa vivere la coincidente solitudine.
A volte spingo verso il sole di fuoco ardente, macchina chiara della luce presente,
chiaro ed unico riflesso di quello specchio cosi integerrimo, aderente e umile,
per quanto simile ed evidente la sua parte nasconde da Roma ad oriente,
apprezza del tuo la scuola vantata come del suo itinerario simile.

Tornando al vero, ciò che di compar sospiro senza una vera tregua,
rifletto su come ogni limite rispetti la propria inenarrabile stregua,
che di quell’amore confuso inganna tutta la nostra specie,
intenta a vivere di riflesso e dell’effetto, come dell’albero le ciliegie,
seppur non colte crescessero vicino al legno e anziché al filo,
vediamo noi le cose come siamo piuttosto che che create da Dio,
e regnando in questa confusione perdiamo ogni capacità di esser “io”.
E attoniti cerchiamo fuori anziché all’interno, la colpa al posto del messaggio,
identificati e idealizzati nelle rose e nell’invero amore del mese di maggio.

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