Cosa è che ci fa scegliere o ci indirizza verso qualcosa? Quale è la condizione per cui ci spostiamo o attraversiamo quel fiume per passare al di là, oltre quel confine, quella dinamica che obsoleta, ci ha stufato. Oltre. Al di là. Beyond, come dicono gli anglosassoni. “Al di là”, sottintende un oltrepassare. Cioè evolvere. Crescere. E ogni giorno si cresce. Immancabilmente. A cosa sto passando oltre oggi? Che cosa sto oltrepassando o scavalcando? Nella seconda ipotesi potrebbe apparire come un prevaricare, cosa che dentro di me bussa come eterna domanda. Preferisco glissare sul da farsi, sulla responsabilità derivante dal muovere spazi in quei tempi. Tempi e spazi spingono nelle vite normali sulla decadenza, nelle vite evolute invece portano a comprendere la quarta dimensione. Quella sconosciuta ma percepita, ed ognuno lo sa, percepisci quel qualcosa che preme verso la tua incomprensione. E da dove arriva l’incomprensione? Dalla tua imperfetta semplicità, consona all’attitudine a capire lo sconosciuto.
E da sconoscesi immane imperfezione, deriva la perenne incomprensibile attività di puntuale oppressione, appresa da onnipresente e capiente diversità di opinione. Tutto ciò collima con l’inestimabile presenza e ricordo di sé che coadiuva l’onniscente rapporto fra sé e Dio.

In questo periodo “gli schemi” sono l’unico vestito che vedo addosso alla nuda umanità. Comprendo sempre più a fondo come dietro ogni tipo di idea, ideale, idealismo, ci sia uno schema. Così come dietro ad ogni tipologia di dualità. Al contempo la schematica comportamentale, mentale ed emotiva muove la materia lavorativa, sociale e amorosa di innumerevoli persone. Chiaramente anch’io ci sono dentro. Sto solo mettendo in discussione l’eventualità che queste dinamiche costruiscano ogni mia parte, specialmente quelle “automatiche”, così come i “valori”, le convinzioni, i tratti del carattere, le caratteristiche altresì che crediamo ci rendano “questo o quello”. Potrei continuare interminabilmente a trattare ogni campo della nostra esistenza materiale, sociale, affettiva e mentale con l’applicazione di schematiche ed il loro incessante intervento.
Probabilmente lo schema a volte ti tiene in vita, proteggendoti da ciò che vi è dietro. Difatti io credo che se abbattessimo o sgretolassimo ogni nostro schema, scopriremmo oltre quella parete un vero silenzio, la natura segreta e divina della nostra identità. Probabilmente dietro allo schema vi è solamente il vuoto, inteso come immenso spazio, qualcosa di agorafobicamente troppo ampio per essere trattato senza dovuto allenamento. Certamente anche in meditazione possono esservi schemi, che guidano nella visione e nell’ascolto. E al contempo senza uno schema non potrebbe essere intrapresa e appresa la disciplina, una delle virtù alla base dell’esercizio di presenza, chiamato anche self consciousness o self mastering. Se una parete offusca e nasconde la vista su uno sterminato spazio, sicuramente a qualcosa serve. Probabilmente togliere un mattone, creando un buco che pur mantenendo stabile la struttura del muro lascia intravedere l’ampiezza di ciò che vi è dietro, è il primo passo utile per capire chi noi siamo. Altrimenti, complicazione non da poco, quella voragine di spazio vuoto potrebbe attirarti e trascinarti come un buco nero. Sì tratta semplicemente di capirlo, poco alla volta, apprenderlo pian piano per non spaventarsi di fronte ad una tale novità. Sì nasce e si cresce nello schema. Ci si abitua ad un’educazione così basata per entrare in un regime, che nel suo lato accettivo positivo, può essere il punto di partenza per guardarsi dentro e ascoltarsi. Sì, perché quel muro ce l’abbiamo dentro, e l’immensità di quello spazio è la nostra energia, la parte intuitiva, l’anima, lo spirito, il nostro sé divino. Qualcosa che non è per nulla semplice comprendere tutto in una volta, ed è per quello che quel muro serve, ma serve sapere che copre qualcosa che c’è, senza ignorarla, o negarne l’esistenza. Siamo fin troppo abituati a negare e respingere anche solo l’idea che esista realmente ogni cosa che non possiamo toccare con mano o vedere con gli occhi, sebbene il visus limitatis è la malattia di cui ognuno è affetto.

Al di là di quel muro ci siamo noi, in quel silenzio tipico della perfetta meditazione, in quel silenzio che anziché spaventare ci coccola, e dal quale non vorremmo più uscire. E’ un silenzio di musica assente e di comodità invisibile, come quella zona di arrivo e ritorno che si dice nostra provenienza, con quella fionda che ci riporta sempre più vicino all’essere Divini, quanto più ogni volta sempre più umani, con una spinta ed un metro di profondità evolutiva direttamente proporzionale a quanto questa volta ci siamo avvicinati al dialogo che la nostra anima verso l’infinito traduce silenziosamente per noi.

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